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Dal diario di
Nessuno75

ualunque cosa provenga dal governatore Gonzaga, di solito emana un leggero odore di letame, e se ci sono due navi governative in procinto di sbarcare sull'isola, fra un po' il puzzo sarà asfissiante... decido di andare da Tiago, non si sa mai. Non c'è verso di convincere Neplan a seguirmi: gli piace fare l'eroe, o forse in queste situazioni ha più fegato di me.
Correndo arrivo alla spiaggia in meno di un minuto.
Dieci secondi per spingere la piccola lancia in acqua e portarla qualche metro a largo. Sollevo schiuma e schizzi d'acqua per metri, ma sono fuori dalla portata dei loro sguardi: non mi vedranno.
Salto a bordo in un attimo, abbasso il piccolo motore e tiro la cordicella come un forsennato: due o tre tentativi sono sufficienti, stavolta. Comincia a piovere.
Parto piano: il rumore potrebbero sentirlo, quello sì. Supero lentamente la piccola sporgenza di roccia che fa da riparo, e mi ritrovo all'imboccatura della laguna: apro il gas al massimo e la lancia impenna come una moto da corsa: meglio fare in fretta, e avvertire Tiago al più presto.
Chiarori in lontananza: potrebbero essere dei falò... L'ultima razzia di Tiago è stata un discreto successo: probabilmente quel vecchio bastardo starà festeggiando assieme agli altri dell'accampamento...
Mi avvicino ancora sotto la pioggia battente... la foresta di mangrovie è troppo intricata per riuscire già a distinguere qualcosa, e d'altro canto è anche per questo che i pirati si sono stabiliti lì. Qualcosa mi dice che è meglio essere prudenti: comincio a rallentare, e tengo gli occhi aperti. Il chiarore delle fiamme si fa più intenso... e il vento mi porta delle monachine spente... decisamente troppo per un falò.
E' un attimo: tiro la leva del timone e cerco un buco in cui infognare la barca: le radici delle mangrovie sono l'ideale, e trovo facilmente un posto ben coperto.
Salto giù e sono nella vegetazione, chiedendomi in quale casino mi sto infilando...da qui non si vede quasi niente, in una situazione normale dovrei affidarmi all'istinto e al mio senso dell'orientamento, ma oggi ho l'odore del legno bruciato e qualche bagliore qua e là che si intravede tra le foglie: è il mio giorno fortunato.
Vai piano, non fare casino... meglio essere prudenti.
La vegetazione si dirada a poco a poco, confermando il peggiore dei miei sospetti: sono già lì. Mi fermo a un paio di metri dalla radura e osservo accuratamente la scena, come in una fottuta allucinazione: fuochi vengono dai tetti di paglia di di ogni capanna: sono state tutte meticolosamente incendiate. Le donne e i bambini sono al centro del villaggio, in mezzo alla soldataglia governativa che se ne fa beffe, distribuendo calcioni ai bambini e laide effusioni alle donne... gli uomini sono ai ceppi, seduti presso la riva del fiume: probabilmente fra un po' li imbarcheranno sulla chiatta, ormeggiata a poca distanza, li chiuderanno in qualche segreta per frollarli bene e poi li impiccheranno nella pubblica piazza, a mo' di punizione esemplare per quanti osino mettere i bastoni fra le ruote a Gonzaga... Bell'affare.
Mi stupisce l'assenza di Tiago: che fine avrà fatto? Che se la sia cavata con una furbata delle sue?
La mia mente prende a girare vorticosamente: chi diavolo può aver parlato? Da quale bocca può essere uscito un segreto così gelosamente custodito? Per quanto mi sforzi non riesco a capire... Tiago no di certo... Oginha, Oleanto, Nilton? Tutte persone a posto, gente umile e nemica del regime... non avrebbero parlato neanche sotto tortura, ne sono certo. Chi avrebbe avuto interesse? Si può dire che l'economia locale si regga proprio sui traffici dei pirati: il mercato nero prospera anche grazie a loro, e se non fosse per i regali che Tiago distribuisce nei villaggi, questi poveracci farebbero una vita ben peggiore. Sento montare una rabbia incontrollabile, mentre penso al bastardo che ha distrutto tutto questo: vorrei solo averlo davanti per pochi minuti, sarebbero sufficienti a...
La canna di un fucile preme contro la mia schiena. E' calda: ha già sparato da poco. Dovevo aspettarmelo: un soldato in ricognizione per evitare sorprese. O forse si era semplicemente allontanato per pisciare.
E' questione di pochi secondi: le tecniche marziali che in Italia studiavo “solo per curiosità” mi danno i riflessi necessari... la rabbia che mi è salita al cervello fa il resto. Il mio piede destro arretra da solo, il bacino si gira di scatto, il braccio destro deflette il fucile, che non ha nemmeno il tempo di sparare. Afferro l'estremità della canna con la mano destra, la sinistra lo stringe in una morsa all'altezza del cane. Così non spara di sicuro.
Una decisa torsione e gli arti del soldato sono in leva. Capisco dal suo volto che il dolore è insopportabile, e in un attimo molla la presa: quando l'uomo col fucile incontra l'uomo disarmato, sarà bene che l'uomo col fucile sappia come utilizzarlo!
l'arma è nelle mie mani: colpisco furiosamente col calcio il bastardo due, tre volte: al mento, ancora al mento e poi un'ultima mazzata circolare alla tempia. Lo vedo cadere e contemporaneamente imbraccio il fucile, dito sul grilletto e cane armato. Tiro il fiato: ma che cazzo ho fatto? Quel subumano poteva accopparmi!! Non c'è tempo per riflettere: la tentazione di tirare quel fottuto grilletto è forte, ma non sono un assassino, e così, dopo un paio di respiri, mi impossesso di pistola e munizioni e incateno l'infame all'albero più vicino con le sue manette d'ordinanza.
Il meno è fatto.
Neanche il tempo di riprendere fiato e un fruscio sospetto mi fa drizzare le orecchie: mi limito ad arretrare dietro l'albero e a puntare l'arma in direzione delle foglie... non posso permettermi il minimo rumore che non sia strettamente indispensabile. Intravedo la canna di un'arma spuntare dalle frasche. Porca puttana, qualcuno mi ha visto, anche se spero non abbia assistito allo scambio di tenerezze con il soldato... e adesso si è appostato. La situazione è fin troppo chiara: io tengo sotto tiro lo stronzo, lo stronzo tiene sotto tiro me, nessuno dei due vuole uscire allo scoperto o allontanarsi o tantomeno sparare: o faremmo troppo casino e avremmo in due secondi una decina di fucili puntati contro al culo.
Ehi, un momento... per quale motivo nemmeno lui vuole sparare? Potrebbe essere uno del villaggio...
E' una cazzata, lo so, ma so di non avere scelta:col cuore a mille tiro fuori la testa, cercando di farmi vedere, ma pronto a ritrarla come una testuggine insidiata da uno squalo martello... i miei sensi eccitati in maniera spasmodica colgono una nota familiare nell'impercettibile sussuro che mi invoca: “Ness.. sei tu?”
O la va o la spacca: esco allo scoperto, abbasso il fucile e... dalle foglie emerge il volto di Oginha, che sventola un pistolone un po' antiquato, sorridendo e facendomi cenno di stare in silenzo. Il sollievo comincia a sopraffarmi, ma ho chiesto decisamente troppo al mio sistema nervoso, e così, mentre tutto comincia a girare, lascio che il mio corpo cada mollemente, mentre il mio amico si avvicina preoccupato, e mi lascio svenire, tanto so che ci penserà lui a rianimarmi.
***
Mi aspettavo che fosse un po' più delicato, l'indio, invece con un paio di sganassoni provvede a farmi rinvenire: “Oginha, ma che cazzo... Cos'è questo: l'anticipo su quello che ci faranno i soldati di Gonzaga?”
“Ciao Ness... non pensare a cosa faranno a noi, ma a cosa faranno alle donne”
Il mio amico non tradisce molte emozioni, di solito, per cui capisco la gravità delle sue parole: una volta caricati sulla chiatta i “criminali”, non c'è dubbio che le guardie del Governatore provvederanno a spassarsela con le loro donne... non si preoccuperanno nemmeno di allontanare i bambini, questo è sicuro. Il sangue mi ribolle: la rabbia e la frustrazione si mescolano nelle vene, siamo in due contro dieci, a occhio e croce, non uso un fucile dai tempi del militare e non sono neanche sicuro di volerlo fare.
“E tu che pensi di...?” chiedo al mio amico. Si passa eloquentemente il taglio del machete sulla gola.
“Ehi, ehi, andiamoci piano... sono in troppi, e noi siamo solo in due... e non siamo certo dei Rambo”
“Rambo?”
“Lascia perdere... intendo dire che non sarà per niente facile”...
“Sai correre?”
“Se ho il fuoco al culo, sì”
“Bene, allora dai a me il fucile, ed ascolta bene quello che ti dico: a nord dell'accampamento c'è un sentiero, ti porta dritto alle cascate... dietro c'è una grotta...”
“dietro la collina?”
“No, dietro le cascate... devi attirarli lì, attraversare il salto d'acqua e ti troverai in una caverna... c'è un tunnel che sbuca ad ovest dell'isola, di fronte all'isolotto, dove troverai la canoa per raggiungere il bar. Io vengo proprio da lì. Una volta arrivato, cerca Neplan, ma attento: i soldati si sono accampati, e probabilmente hanno ancora voglia di torcere colli. Ti lascio le pistole, nel caso ne incontri qualcuno.”
“Neplan? E' ancora lì?”
“L'avevano fatto prigioniero, l'hanno anche picchiato, ma sono riuscito a liberarlo.”
“E dov'è adesso?”
“Non lo so, l'ho visto andare verso il bar, ma se è furbo, non c'è rimasto a lungo...”
“OK, ricapitoliamo: io fuggo nelle cascate attirandomi dietro dieci soldati armati, e tu?”
“Io sarò nascosto laggiù, e con questo – e batte la mano sul fucile – li farò fuori!”
“Uhm... E se quello non dovesse bastare? Voglio dire, sei sicuro che non ti serva una mano?” – gli chiedo fingendo coraggio.
“Vedi Ness, tu sei un uomo civilizzato, anche se la puzza di città l'hai persa da un pezzo... sei stato fortunato, prima – sogghigna indicando il soldato ancora tramortito – ma la fortuna non dura a lungo... io invece sono un figlio della foresta. So quello che faccio... e poi ho un conto in sospeso contro quegli uomini – e così dicendo si volta...
“Cosa ti hanno fatto, quei bastardi?”
“Oh, è stato tanto tempo fa... ma un discendente dei Ganhua sa ricordare... solo, muoviamoci: la luna sta calando... conta fino a 100, e poi cerca di attirare la loro attenzione... e soprattutto: non farti vedere quando entri nella cascata... questo posto ha già perso troppi segreti...”
“Già, per non parlare dei sogni.”
***
1,2,3...
Porca puttana... porca puttana! Chi cazzo me l'ha fatto fare? Ci sono esattamente otto soldati di guardia al campo, armati di tutto punto... OK, sono già semiubriachi, ma sono pur sempre in otto! Sarà difficile portarmeli tutti alle calcagna: Oginha sarà un esperto nell'uso del machete, ma non ne sa niente di strategia militare. La chiatta invece sembra deserta...
24,25,26...
La pioggia ha ripreso a battere il villaggio, e le capanne in fiamme sono quasi spente... se non altro non avranno abbastanza luce quando dovranno prendere la mira per impallinarmi...
51,52,53...
I poveracci incatenati sono abbastanza pesti... ho avuto modo di osservarli: Ninho, Gustavo, Lula, Genheiro... li hanno ripassati per bene, forse per sfogare la loro rabbia repressa, oppure per essere sicuri che non scappassero o... per umiliarli davanti alle loro donne e figli? Ora non se ne curano, pensano di averli demoliti, ma la fibra di questi indios è più forte di quanto si pensi... e forse mi sta venendo un'idea.
88,89,90...
Ho lo stomaco che mi arriva alle tonsille... mi sento come la Formica Atomica: il cuore è un pistone che batte nel petto, i miei muscoli sono tesissimi, cerco di ripercorrere nella mia mente il percorso da qui alle cascate, memorizzare i potenziali ostacoli: devo fare percorso pulito, se perdo il passo e non riesco a staccarli è la fine.
97...
L'importante è non dargli tempo di capire cosa sta succedendo.
98...
Sono pronto.
99...
In fondo, la vita è bella.
100!
Avanzo con passo deciso verso la riva, e mi avvicino a pochi metri dagli indios. Gli lancio le pistole, senza essere visto, ma gli faccio segno di aspettare prima di usarle. Poi faccio un ultimo respiro ed entro nella radura armato – udite udite – di un ramo.
All'inizio, la sorpresa è troppa per ottenere una reazione dai soldati: cerco di approfittarne, e ne stendo uno con una randellata in piena fronte... ma dura poco, e subito si precipitano a raccogliere i fucili: è meglio squagliarsi, e alla svelta!
“Ora, ragazzi, ora!!!” è tutto quello che riesco a dire, attraversando la radura: Ninho e Lula non se lo fanno ripetere due volte, e cominciano a sparare, con una naturalezza che manco fossero alla giostra del circo: due guardie caracollano a terra in un lamento, una terza si gira verso di loro, ma è freddata all'istante... Gli altri cercano di mettersi al riparo alla meglio, ma quegli stronzi hanno bruciato tutte le capanne, quindi sono bersagli facili... Lula riesce a stenderne un altro, io cerco di resistere alla strizza e urlo:
“Vado alla cascata a chiamare gli altri!” e mi precipito verso il sentiero...
Faccio in tempo a notare il panico nei quattro uomini di Gonzaga sopravvissuti: il fuoco dei due indios e la mia minaccia li spingono nella stessa direzione: la mia! Sanno che se non mi fermano tornerò qui con altri uomini prima che riescano a scappare sulla chiatta, quindi per loro è essenziale fermarmi: comincio a sentire i primi spari indirizzati verso il mio culo, e questo mi mette decisamente le ali ai piedi.
Non saprei dire in che modo, ma percorro tutto il sentiero come un pazzo, evito un albero caduto chissà quando, giro a destra e mi ritrovo davanti al piccolo laghetto che fa da bacino di raccolta per le acque della cascata: ora devo stare attento: le pietre sono umide e scivolose. Dove sarà Oginha?
Faccio appello al poco coraggio rimastomi e mi infilo con decisione sotto l'acqua ghiacciata, sperando di non dare craniate alla roccia... era come aveva detto lui: c'è proprio una caverna!
Questione di pochi secondi, ed ecco i quattro soldati sbucare dal sentiero: li sento urlare, ma non riesco a vederli attraverso l'acqua che viene giù... sento sparare, e so che Ogihna sta vendendo cara alla pelle: gli auguro di cuore di cavarsela, e comincio a cercare a tentoni il tunnel....
Dal diario di
Neplan

essuno è già lontano.
Nella sua corsa affannosa solleva sbuffi di sabbia umida, mentre si dirige verso la lancia d’emergenza regalataci da Tiago, ormeggiata in una radura a nord-est dell’isolotto. Risalirà la foce del fiume Dor, fino al nascondiglio dei pirati, per metterli in guardia sull’arrivo delle imbarcazioni governative, riservarci una via di fuga e organizzare un’eventuale controffensiva nel caso la situazione precipiti.
D’un tratto vengo assalito da un tremendo presentimento, la raggelante convinzione d’aver commesso nelle ultime ore di semi-oblio un errore irrimediabile. E’ una sensazione che credevo d’aver accantonato definitivamente tanto tempo fa, in una mattina di pioggia nella quale la rigidità della schiena della mia ragazza di allora mi fece rammentare troppo tardi un compromettente biglietto dimenticato nelle tasche dei jeans. Fuggendo dal mio Paese alla ricerca di un paradiso rivelatosi posticcio ero convinto di essermi affrancato da certa zavorra. Ed invece rieccolo, granitico e improvviso senso di colpa che condanna impotenti al compimento di un disastro che, punto su punto, ricalca esattamente il disegno dei nostri timori.
La lingua si scioglie come un granello di sale nell’acqua, grazie al sesso e all’alcol. Avrei avuto tempo di parlarne al mio amico, visto che questo terrore mi ha assalito nel momento stesso in cui si sono materializzate all’orizzonte le luci delle imbarcazioni della guardia civile, ma mi è mancato il coraggio. Ho avuto vergogna della mia stupidità.
Vergogna che cresce ancora nell’istante in cui un’esplosione di fuoco si sprigiona sulla mia guancia sinistra facendomi stramazzare al suolo ad assaggiare sabbia mischiata a sangue. Mi è stata procurata dal calcio del fucile di uno sfregiato al soldo del governatore che, sceso dalla prima barca ansimando come un bulldog insieme ad altri quattro suoi degni compari, spiana la strada ad una fitta grandine di calci e pugni al costato e alle gambe che non mi lasciano alcuna possibilità di reazione e mi mozzano il respiro. E io che pensavo di parlarci, cristo.
Per mia fortuna i colpi cessano quasi subito, è lo stesso Gonzaga a dare loro l’ordine di fermarsi.
Resto come una larva sul bagnasciuga, scosso dai brividi e tossendo, il lato sinistro del viso mi pulsa neanche fosse un nuovo cuore, procurandomi un bruciore terribile.
Quel bastardo del governatore ricorda certi ritratti pomposi di Enrico VIII, almeno è questo il primo pensiero che mi passa per la testa osservandolo dal basso, alla luce delle torce che pare animare la sua barba come una piccola serpe adagiata tra le mascelle. Sfarzoso e pacchiano nel suo ridicolo gonnellino intarsiato d’oro, le dita porcine insaccate di anelli preziosi e un assurdo cappello a foggia di seme che mi capita di vedere per la prima volta, quel maiale mi solleva la testa afferrandomi i capelli e dagli incisivi larghi e gialli parte un fetido sibilo che mi procura un conato:
- Era ora di venire a fare un po’ di pulizia da queste parti…
Poi mi libera dalla morsa. Non si limita però ad aprire il pugno ma mi spinge la testa verso il basso, cosicché finisco di nuovo con la sabbia in bocca.
- Ah, l’Italia. L’ho sempre amata. Roma, Venezia, la torre di Pisa. Mi commuovo sempre al ricordo del viaggio di nozze fatto con la mia prima moglie, uno di quelli che ti restano nel cuore - continua con ironia beffarda.
Rimane a contemplarmi per qualche secondo, un ghigno piantato in faccia, forse aspettandosi da me una qualche replica.
Resto in silenzio, invece. Una nausea terribile mi devasta le viscere.
- Riuscite sempre a stupirmi, voi italiani. Com’è possibile che ovunque andate finite sempre con l’avere contatti e mescolarvi alla peggiore feccia del posto? E’ una cosa patologica, siete una razza corrotta che merita di scomparire dalla faccia della terra e oltretutto avete lo schifoso vizio di sentirvi più furbi degli altri, non è così?
Continua a fissarmi con la testa piegata di lato, come se parlasse a un bambino disubbidiente. Intorno a noi, nel buio che impregna la spiaggia, sento ridacchiare i suoi uomini, indaffarati a montare una gigantesca tenda da campo. Chissà quante volte hanno già ascoltato questa storia.
- Ma non lo siete, più furbi, credimi - riprende, cominciando a girarmi intorno.
- Ti parlavo del mio viaggio di nozze. Beh, vuoi sapere come è andata a finire? In pochi giorni capii che mia moglie si era presa una cotta per un tipo che lavorava alla reception dell’albergo. Che ragazzina romantica, la mia Samantha. Fresca sposa e invaghita di uno straniero sconosciuto. Lui ricambiava, ci stava, dolci piccioncini. Si incontravano furtivamente in qualche anfratto della hall a notte fonda, quando lei immaginava che fossi sprofondato nel sonno.
Al ritorno iniziò una fitta corrispondenza tra lei e quell’uomo, un mare di lettere nascoste che io naturalmente scovai e lessi con grande interesse e perfino commozione per tutte quelle parole d’amore che a me erano state sistematicamente negate. Attesi con calma la venuta del suo amante a Crisopoli, sapevo che stavano escogitando un modo per incontrarsi. Lei mi chiese alcuni giorni di libertà, dicendo di avere organizzato una gita con le sue due amiche del cuore.
Gonzaga smette di girarmi intorno e si accovaccia. Mi pare di scorgere sulla metà illuminata della sua faccia una rabbia non ancora del tutto cancellata.
- I miei uomini li sorpresero proprio mentre stavano scopando, pensa. E’ stato un vero piacere torturare quell’uomo davanti agli occhi di Samantha, metterla al corrente di aver fatto fuori anche le amiche che le avevano retto il gioco e poi ammazzarla con le mie stesse mani.
In quell’istante ricomincia a piovere. Prima piano, poi sempre più forte. Allora lui si alza e fa un gesto a uno dei suoi uomini. Sento un’onda di paura montarmi dentro, impadronirsi di me al punto da farmi dimenticare il dolore.
- Come vedi non nutro una particolare simpatia per gli italiani, - riprende - però devo ammettere che ci serviva proprio l’aiuto di un idiota come te per arrivare a stanare quel figlio di puttana di Tiago. Sono mesi che gli do la caccia ma come ben sai da queste parti ci sono migliaia di posti dove nascondersi, è un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Così ho pensato che dovevo farmi furbo, cambiare metodo. Ho mandato a interrogare un po’ di gente in giro per Crisopoli e sono venuto a sapere di questa fogna che avete messo su, di un italiano visto più volte in compagnia dei pirati che si diceva avesse aperto un bar sull’Ilha Coraça.
Il governatore pare avere recuperato definitivamente l’allegria.
- Bel posticino vi siete scelti. Vanno bene gli affari? Mi piace al punto che credo che me ne starò qui buono buono ad attendere che mi portino su un piatto d’argento le palle dei tuoi amici. Pensa, mentre conversiamo amabilmente i miei uomini migliori si stanno dirigendo alla foce del fiume dove è nascosta quella feccia per accerchiarla. Aspettano solo un mio cenno via radio per dare inizio alle danze. Non mi dispiacerebbe prenderne qualcuno ancora vivo. Ho alcune questioni in sospeso con quel Tiago, che vorrei affrontare personalmente.
Poi Gonzaga si allontana verso la tenda, come se improvvisamente avesse perso ogni interesse per me. Sono già fradicio di pioggia e scosso dai brividi quando vengo sollevato a braccia e trascinato fino ad uno dei pilastri di legno della piattaforma del bar, dove mi legano ben stretto e mi assestano un ultimo pugno che mi fa perdere definitivamente conoscenza.
Recupero i sensi che è ancora notte, la pioggia ha smesso.
I piedi lambiti dalla spuma dell'oceano sprofondano intirizziti nel gelido bagnasciuga.
Sulle spalle avverto il calore di una coperta di lana grezza, so bene chi me l’ha portata.
La sua presenza è un’ombra verticale alla mia destra, appena più scura della tenebra che avvolge ogni cosa.
- Perché l’hai fatto? - le chiedo.
- Non avevo scelta. Avrebbe ammazzato Ramon.
Mi verrebbe da ridere se non sentissi il petto squassato da un bruciore lancinante, quindi riesco solo a bisbigliare:
- Quella dev’essere l’unica parte vera della storia che mi hai raccontato.
- Si, più o meno - mi risponde Angélica, senza la minima ironia.
Poi continua:
- Non sono venuta a chiederti scusa, volevo solo dirti che mi dispiace.
Resto in silenzio.
- Non ho avuto scelta. L’affetto di Ramon è troppo importante per me e avendoci avuto a che fare avrai capito che i ricatti di mio padre non sono una cosa da prendere alla leggera.
- Immagino a questo punto di doverti ringraziare, - dico - se sono ancora vivo lo devo a te, non è così?
- Mio padre mi ha promesso che ti avrebbe risparmiato la vita. E’ tutto quello che sono riuscita ad ottenere. Quando ieri notte mi hai confidato dove si trovava il nascondiglio di Tiago ho capito che da quel momento in avanti tutta la mia vita sarebbe cambiata. Il disgusto che stai provando nei miei confronti in questo momento è niente paragonato al senso di colpa che mi porterò dentro fino alla morte.
Poi la mia dolce carnefice mi posa una mano sul viso dolorante, una inammissibile carezza.
Sono davvero troppo stanco per reagire e così me la prendo, perfino accogliendola dopo tante percosse, proprio come un assetato nel deserto accoglierebbe uno zampillo d’acqua.
Questa donna è malata. Malata esattamente come suo padre. Capace di andare a letto per settimane con un altro uomo per salvare il suo e di imbastire una recita d’amore portando una maschera tutto il tempo. Meriterebbe disprezzo e rabbia, ma non riesco a trovare da nessuna parte l’odio che occorrerebbe in questo frangente.
Le sue ultime parole confermano la mia analisi:
- Ti voglio bene, Neplan.
- Io ti ucciderò, Angelica - le sussurro.
La notte più lunga della mia vita.
Angelica è andata via da un po’, non saprei dire quanto, la coperta mi è scivolata dalle spalle e la risacca ladra l’ha trascinata via. Ha pure ripreso a piovere. Uno strano torpore si è impadronito delle mie membra, mi addormento e risveglio di continuo. Le braccia legate al palo hanno smesso di farmi male e quasi non le sento più.
In certi istanti ho come l’impressione di avvertire il profumo della pelle di Nina, mi pare di vederla danzare sotto la pioggia, mentre sorride.
Invece nel punto dove era solita volteggiare scorgo la silhouette della grande tenda, silenziosa e illuminata al suo interno da un bagliore fioco.
Non ci sono stelle per me, né ce ne saranno in futuro.
Dove sarà Nessuno?
Cosa ne ho fatto dei miei sogni?
L’orizzonte buio tremola. Qualcuno si muove furtivo nella mia direzione.
L’ennesima menzogna di Gonzaga, uno dei suoi uomini sta di certo venendo a tagliarmi la gola.
Mi preparo al peggio, serrando gli occhi con tutte le mie forze, come a volermi proteggere dal panico che mi invade e dalla fine imminente.
Poi un sussurro nel buio mi fa trasalire.
Li sbarro nuovamente, ormai colmi di lacrime.
- Neplan, sono io.
Credo di non aver mai provato maggiore piacere in vita mia nell’udire la voce di un altro essere umano.
E’ il mio amico Oginha, più scuro e agile di una pantera, che sta tagliando con un machete le funi che mi bloccano braccia, polsi e caviglie.
Ho voglia di abbracciarlo, ma è teso come una corda, riesce solo a dirmi:
- Ce la fai a camminare?
Faccio cenno di si con la testa.
Mi alzo piano e lui fa passare un mio braccio sulle spalle per sorreggermi.
L’odore selvatico e acre del suo sudore per la gioia mi inebria come fosse acqua di colonia parigina.
- Come hai fatto a trovarmi? - riesco a chiedergli in un sibilo, mentre ci allontaniamo tra le palme.
- Volevo passare a bere qualcosa, qualche ora fa. Quando ho visto in lontananza le imbarcazioni governative mi sono preoccupato. Allora ho fatto il giro lungo lasciando la canoa nella laguna di mangrovie. Sono arrivato fin qui tagliando all’interno e accovacciato fra la vegetazione ho visto che ti avevano fatto prigioniero. Speravo di liberarti prima, ma c’era quella donna.
- Grazie, Ogingha.
- Hai bisogno di cure, sei ferito. Appena arriviamo alla canoa ti porto al villaggio.
- Non ci pensare nemmeno, - ribatto - dobbiamo correre alla foce del fiume per avvertire Tiago. Il governatore sa del nascondiglio e sta preparando un’imboscata. Sarà un massacro se non riusciremo ad arrivare prima di loro. Il problema è che sono in vantaggio, a quest’ora saranno già lì.
Oginha riflette un attimo.
- Si potrebbe tagliare all’interno, sfruttare le grotte. Spunteremmo proprio sotto la grande cascata. Neplan, tu però non ce la puoi fare, ridotto così.
- Allora ci andrai da solo, amico.
- Non posso lasciarti qui, l’isolotto Esperança è piccolo, ti troverebbero in un attimo.
- Tranquillo, so dove nascondermi. La canoa è ancora lontana e con me in queste condizioni siamo troppo lenti, non ce la faresti ad avvertirli. Devi andare da solo, è l’unico modo.
- Non posso lasciarti qui.
- Non ti preoccupare, so quello che faccio. Ti prego, Ogingha, tutto dipende da te. Devi salvare Tiago, Nessuno e gli altri. Per me sarebbe un incubo vivere col rimorso di un errore tanto grave commesso in buona fede. Questa è forse l'ultima occasione buona per riscattarmi. Ho tradito la fiducia di tutti e fatto un mare di sbagli, non permettere che la mia stupidità distrugga i sogni e le vite delle persone a cui tengo.
Ci siamo fermati. L’indio è turbato, indeciso sul da farsi.
- Neplan, io non abbandono i miei amici.
- Lo so. Ma ti ripeto che non mi prenderanno, pensa solo ad arrivare prima di loro e non preoccuparti per me, ok? Forza, corri, non c’è più tempo!
Cerco di spingerlo via con le poche forze che mi rimangono.
Oginha mi fissa dubbioso ancora per un attimo, poi pare convincersi.
- Abbi cura di te, Neplan - mi dice.
- Ci vediamo presto - gli rispondo.
Poi con un paio di balzi felini il mio amico si dilegua nel fogliame.
La notte sarà ancora lunga.
Mi volto e torno lentamente sui miei passi zoppicando, in direzione del bar.
E dei fusti di concime.